Apprendimento al tempo di internet: tra surfismo e immersione

Viviana Rossanese ha scritto un articolo sul sito Counseling e scuola, pubblicato il 15 dicembre 2018. “Un primo passo è quello di non considerare marginale il rapporto che l’esperienza digitale ricopre nel quadro della realizzazione dei compiti evolutivi dell’adolescente.”

Così esordisce a premessa dell’articolo. Nella diatriba, sterile, tra chi ritiene la rivoluzione digitale una disgrazia e chi la ritiene una rivoluzione copernicana, vince chi è consapevole che non si può tornare indietro. Sarebbe uno sbaglio comunque credere che i nativi digitali conoscano il web e i suoi segreti meglio di chi è nato nello scorso millennio: a loro vantaggio hanno solo degli schemi mentali che hanno guidato i loro giochi fin da piccoli e che adesso guidano la loro maniera di guardare il mondo. Ma se proviamo a proporre loro una ricerca approfondita su un determinato tema da condurre con l’ausilio del web? Nella maggior parte dei casi ci troveremo di fronte a uno sterile copia e incolla condotto sui primi siti a cui un motore di ricerca li ha condotti.

E che dire del loro uso dei social? Su questo proporremo altri articoli.

Oggi più di ieri i ragazzi del nuovo millennio hanno bisogno di guide che li aiutino a navigare nel mare magnum del web per evitare che “la bomba” esploda nelle loro mani. Agli educatori un arduo compito: aggiornarsi continuamente sulle novità digitali per comprendere i loro schemi mentali e smontarli, per rimontarli secondo linee educative democratiche e utili.

Di seguito l’articolo:

Il periodo di crisi educativa e formativa che sta attraversando la scuola e la famiglia impone una cautela particolare nell’approccio formativo/educativo da utilizzare nei confronti degli adolescenti: diventa infatti poco efficace rivolgersi alla generazione adolescenziale odierna, cercando di dissuaderla dall’uso del web.
Se analizziamo le principali linee di contrapposizione rispetto al fenomeno del web, possiamo individuare due principali posizioni: quella di chi sostiene che internet abbia contribuito alla formazione di generazioni più dotate di quelle precedenti e quella che ritiene che internet abbia contribuito a rendere gli adolescenti privi di senso critico e passivi nei confronti delle informazioni.
Per i primi, gli adolescenti navigati sono degli ottimi surfisti, sono capaci di navigare nel mare delle informazioni, coprendo aree di conoscenza molto più estese rispetto a quelle dei loro colleghi in passato, hanno un approccio al sapere più dinamico, ricco di collegamenti rispetto agli adolescenti gutemberghiani, cresciuti attraverso approcci troppo settoriali alle materie.
Per i detrattori invece il surf non è una pratica adatta all’apprendimento in quanto implica un approccio superficiale ai saperi e, credono che l’apprendimento diventi significativo solo quanto ci si immerge nelle conoscenze, si entra, come un sommozzatore, nella profondità della materia. Le due posizioni principali oscillano quindi tra il surfismo e l’immersione. Come riuscire ad integrare queste due posizioni contrapposte?
Sicuramente cercando di costruire ambienti scolastici e familiari di educazione significativa che siano in linea con la realtà adolescenziale odierna.
Un primo passo è quello di non considerare marginale il rapporto che l’esperienza digitale ricopre nel quadro della realizzazione dei compiti evolutivi dell’adolescente. Il web può essere utilizzato come una delle tante aree di possibile realizzazione del sé personale e sociale e di espressione della creatività e della ricerca di forme nuove di sperimentazione dell’apprendimento significativo.
Quindi più che sottovalutare o anche esaltare la presenza del digitale nella vita degli adolescenti, occorrerebbe provare a governarla, svolgendo una funzione educativa di convinto interessamento, capace di avvicinare e dare senso al diffondersi di social network e videogiochi in adolescenza, permettendo agli adolescenti, nel corso del processo di crescita di sfruttare appieno le potenzialità di Internet.
Effettivamente la realtà virtuale richiede una funzione educativa realistica, un programma di governo non troppo angosciato dalle trasformazioni imposte dei figli navigati, soggetti antropologici molto diversi dagli adolescenti che hanno abitato stagioni storiche precedenti.
Gli adolescenti hanno sviluppato una nuova cultura partecipativa, che deve essere compresa e valorizzata anche nella complessa e difficile realtà scolastica, attraverso l’azione di adulti competenti, rispecchianti e valorizzanti.
La cultura partecipativa presente nella vita degli studenti necessità di una proposta formativa più ampia che valorizzi le nuove modalità espressive e che tenga presente il funzionamento e le caratteristiche dei ragazzi e delle ragazze, utilizzando modelli più cooperativi che di controllo e risorse informative educatrice coerenti con il funzionamento affettivo degli adolescenti odierni.
Ad esempio, sarebbe importante che gli adolescenti venissero ingaggiati direttamente nell’esperienza formativa proposta, come esperti di una particolare forma di partecipazioni sociale molto diversa da quella dei loro genitori. Questa esperienza di cultura prodotta e distribuita delinea un profilo decisamente più articolato e complesso, di quello stereotipato di una degenerazione annoiata e svogliata.
Gli adolescenti delle stagioni passate avevano la specialità di agire il conflitto con l’adulto in nome della libera espressione di sé, del desiderio, della sessualità, della relazione con i coetanei, affrontando il dolore della colpa.
Gli adolescenti navigati non sentono il bisogno di contrapporsi all’adulto per determinare il proprio sé ma hanno invece molto bisogno di uno sguardo adulto, sufficientemente valorizzante, non troppo angosciato che li aiuti a tollerare il dolore della vergogna (Lancini 2015).
Nessuno nega l’importanza delle regole, di limiti, dei paletti, dei no che aiutano a crescere ma la realtà affettiva relazionale degli adolescenti navigati e dei genitori odierni non merita semplificazioni, manifesti, proclami che rievochino sulla scena educativa livelli di conflitti e autoritarismo impraticabili sul web.
Diventa importante pensare che la tecnologia sia un allenamento alla crescita e uno strumento che contiene in sé oltre ai rischi anche opportunità, che possono essere sperimentate.
Gli adolescenti avranno sempre internet a disposizione e quindi l’augurio è che la scuola non voglia perdere altro tempo a discutere su come impedire il taglia-incolla pomeridiano da Wikipedia.
Resta indubbio invece il fatto che la tecnologia non metterà mai in discussione la relazione appassionata degli studenti con l’apprendimento, in quanto gli adolescenti navigati sono esperti nelle relazioni molto più di quello che si è disposti a vedere e questo lo riescono chiaramente a percepire.

http://www.counselingescuola.it/apprendimento-tempo-internet–tra-surfismo-immersione_d69.aspx

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Anacronismi della scuola rinnovata

9788862928892

Ci viene in aiuto la Filosofia dell’educazione. E ne abbiamo bisogno per dare un nome e un cognome, un referente insomma, per quanto metafisico, al disagio che serpeggia nella scuola rinnovata. A quale rinnovamento ci riferiamo è anche questo difficile da identificare: la riforma Gelmini? la Buona scuola? O forse dovremmo andare ancora più lontano, ai tempi in cui Luigi Berlinguer era ministro dell’istruzione.

L’annullamento della dimensione etico-politica dell’insegnamento invece la possiamo toccare con mano nella quotidianità che fa degli insegnanti meri esecutori di pratiche volte alla costruzione del moderno homo oeconomicus che le riforme della scuola esigono. Pratiche “prive di senso e di valore intrinseco, perché caduche e oggetto di consumo, incapaci di generare un’esperienza eccedente”, ci dice Mino Conte, docente di Filosofia dell’educazione. E’ questa esperienza eccedente che ci manca, manca alle riforme a cui dobbiamo obbedire. E cerchiamo di costruirla in classe, a fatica, ritagliando spazi, creando vuoti che diano respiro al pensiero critico. Non solo all’insegnante, che lotta contro la burocratizzazione del suo ruolo che ne fa una figura neutra, ma soprattutto agli alunni.

Forse ciò che ci dice il professor Mino Conte in Didattica Minima. Anacronismi di una scuola rinnovata ci può aiutare nella riflessione di questi temi.

https://www.orizzontescuola.it/didattica-minima-anacronismi-della-scuola-rinnovata/

 

PBL: La metodologia dell’apprendimento basato sui problemi

Lo vogliamo chiamare Problem solving? Ma in realtà il PBL è qualcosa di più raffinato o quanto meno di più costruito.Un articolo pubblicato nel sito http://www.lavorare a scuola.it del 9 giugno 2017  spiega la procedura del problem solving in 5 passaggi:

“Nella procedura di problem solving si individuano 5 momenti:

  1. Comprensione: lo studente si approccia al problema, ne comprende le componenti e si chiede se ha mai incontrato qualcosa di simile;
  2. Previsione: inizia il ragionamento e ci si chiede di cosa si ha bisogno, si stima il tempo necessario per la risoluzione, gli strumenti utili;
  3. Pianificazione: questo è il vero e proprio inizio della fase di risoluzione, in cui si stabiliscono i dati in possesso, le conoscenze, in cui si fa ricerca;
  4. Monitoraggio: durante lo svolgimento del compito il ragazzo si chiede se sta raggiungendo la soluzione o deve cambiare approccio, se ha bisogno di aiuto o ha già qualche conclusione importante;
  5. Valutazione: alla risoluzione del problema ci si chiede se i tempi calcolati erano giusti, se è stata scelta la giusta prospettiva, dove sono stati fatti errori e come si può migliorare.”

Ma un interessante articolo di Antonella Lotti, ricercatrice di Scienze pedagogiche dell’Università di Genova individua nel PBL  la procedura dei “Sette salti”:

Salto I   chiarificare i termini
Salto 2  definire il problema
Salto 3  formulare ipotesi esplicative
Salto 4  schematizzare le ipotesi e metterle in ordine dipriorità                                   Salto 5  individuare gli argomenti distudio
Salto 6  studio indipendente
Salto 7  sintetizzare le informazioni acquisite

“La procedura dei “Sette salti” riprende quella iniziale di Barrows & Tamblyn che prevede che nell’esperienza di apprendimento per prima cosa si incontra il problema, senza che nessuna preparazione o studio siano avvenuti precedentemente; la situazione problematica è presentata allo studente nello stesso modo in cui si presenta nella realtà; lo studente lavora con il problema in un modo che gli permette di ragionare, sfidare e valutare le sue conoscenze ; vengono identificate le aree di apprendimento necessarie per poter procedere nel lavoro e che fungono da guida per lo studio individualizzato; le abilità e le conoscenze acquisite in questo studio sono applicate al
problema per valutare l’efficacia dell’apprendimento e rinforzare lo stesso; I’apprendimento che è avvenuto lavorando con il problema e nello studio individualizzato viene sintetizzato e integrato nelle conoscenze e nelle abilità già possedute dallo studente.”

L’articolo in PDF si trova nel web:basta inserire nel motore di ricerca “La metodologia dell’apprendimento basato sui problemi (PBL) di Antonella Lotti “

Le abilità digitali degli insegnanti del XXI secolo

Sicuramente prima la pedagogia e poi la tecnologia! Perché la tecnologia è solo uno strumento per mettere in atto le strategie pedagogiche che abbracciamo: sta a noi dare anima ad app, piattaforme, aule digitali, test e quiz. Niente ha senso se non è sostenuto dalla nostra idea di scuola e soprattutto dal rapporto umano che instauriamo in classe con i nostri alunni. Presentazioni, infografiche, mappe si animano grazie al progetto didattico che abbiamo costruito con la professionalità e con la passione che mettiamo nel nostro lavoro: è appunto la costruzione dei percorsi, delle singole lezioni che dà senso alla tecnologia.

L’ infografica pubblicata su Education Technology and Mobile Learning nel mese di dicembre 2016, illustra  le competenze digitali del docente del XXI secolo. Possiamo non concordare con tutto, anzi dobbiamo sempre guardare con occhio benignamente critico a ciò che riviste specializzate ci propongono perché il famoso cum grano salis é un detto sempre attuale.

 

Cura dell’apprendimento-Learning curation

 

Il sovraccarico informativo e cognitivo del web deve essere filtrato attraverso le procedure della cura dei contenuti che ci guidano, noi e i nostri alunni, nei processi di re-interpretazione e ri-elaborazione di dati, informazioni e conoscenze.
Non si tratta di condividere qualche link, sarebbe sbagliato perché il reale valore della cura dei contenuti per l’apprendimento può essere pienamente conseguito solo quando il curatore è in grado di vagliare con competenza i contenuti e orientare verso un apprendimento significativo.
Per definire un approccio all’apprendimento basato sulla cura  dei contenuti e per appropriarsi degli strumenti della Cura dell’Apprendimento o Learning Curation  può essere utile individuare le competenze chiave richieste per praticarla. Un articolo di Carole Bower, pubblicato su Lumesse Learning il 18/05/2015 con il titolo The six key skills of learning curation, individua 6 azioni indispensabili:
  • TROVA
  • FILTRA
  • VALUTA
  • SINTETIZZA
  • CONTESTUALIZZA
  • GUIDA

E’ possibile leggere l’articolo in traduzione attraverso il blog di Gianfranco Marini.

https://gianfrancomarini.blogspot.com/2016/04/carol-bower-learning-curation-cura.html

L’urgenza dello sviluppo del pensiero critico

Il libro di Fabrizio Tonello L’età dell’ignoranza -E’ possibile una democrazia senza cultura?,pubblicato in Italia da Modadori, ci mette di fronte all’urgenza di porre l’attenzione allo sviluppo del pensiero critico. Oggi come non mai. Perché l’era dell’accesso globale all’informazione, della partecipazione diffusa alle piattaforme social e dell’informazione alla portata di tutti ha messo in luce come il pensiero astratto sia in crisi. L’ informazione acritica a cui soprattutto i giovani si rivolgono attraverso i social non ha favorito la conoscenza e la consapevolezza: internet ha generato l’illusione che ogni nozione sia a portata di mano, e in un certo senso è così, ma  in realtà le conoscenze a cui accede il cittadino medio, se non sono sostenute da un’adeguata formazione, genera indifferenza e incapacità critica.

http://www.solotablet.it/segnalazioni/libri/leta-dellignoranza

 

BLENDED LEARNING

Il Blended learning o la didattica tradizionale? E se fosse possibile unire entrambe le metodologie?
Ecco uno stralcio  di un interessante articolo di Gianfranco Marini pubblicato recentemente nel suo prezioso blog.
“L’ambiente di apprendimento fisico dell’aula e le attività formative che vi si svolgono possono trovano nel web un ambiente più ampio in cui è possibile sviluppare l’attività di insegnamento e apprendimento sfruttandone strumenti, servizi e contenuti.
Un tempo si chiamavano piattaforma di e-learning i CLMS come Moodle, oggi la piattaforma è il Web nel suo insieme. Il Web è il luogo in cui la conoscenza si sviluppa, diffonde, condivide e il web sta cambiando il paradigma di conoscenza cui eravamo abituati da secoli, processo esaminato da Weinberger (tra gli altri) in La stanza intelligente.
Il Web non è una realtà Inautentica e/o Illusoria
Il problema di come integrare i processi di apprendimento e insegnamento con l’online learning è cruciale, perché nel Web si può: agire, creare, discutere, cercare, collaborare, etc.. Lo stereotipo del Web come “realtà fittizia“, mondo ingannevole e inautentico, è totalmente errato.
Il Web è un luogo di “esperienze reali” intrecciato e sovrapposto alla realtà “fisica”. Da questo stereotipo del Web “come finzione” sono nati tanti fraintendimenti e tante polemiche, ma come Platone aveva già capito nel Sofista, la questione della natura dell’esistenza non trova una risposta semplicistica e riduzionistica quali quelle date dai materialisti e dagli “amici delle idee”. In quell’opera Platone fornisce una definizione estremamente interessante di “esistenza come relazionalità“, “possibilità” (Dynamis), per cui l’essere “è qualunque cosa si trovi in possesso di una qualsiasi possibilità o di agire o di subire, da parte di qualche altra cosa, anche insignificante, un’azione anche minima e anche per una sola volta“.
Allora? Come integrare Web e Didattica?
Stando così le cose, la soluzione non può essere quella di pubblicare un video online da proporre agli studenti o far loro fare un quiz con Kahoot o assegnare qualche lavoro da realizzare come una presentazione o una mappa concettuale. Occorre integrare in modo sistematico e consapevole spazio fisico e spazio virtuale creando un ecosistema di apprendimento coerente e complesso, ma realizzato su misura di quelle che sono le esigenze degli studenti, del docente/i e degli obiettivi che si vogliono conseguire.

Il Blended Learning                                                                                                     Una di queste soluzioni è il Blended Learning che propone un modello di organizzazione spazio – temporale dell’ambiente in cui si sviluppa il processo di insegnamento / apprendimento, integrando l’apprendimento in presenza che si svolge in aula con l’apprendimento online che si sviluppa sul Web.

La video conferenza e la presentazione di cui propongo la fruizione in questo post, provano a illustrare questo approccio, con particolare riferimento alle discipline umanistiche, anche se l’approccio è facilmente adottabile e adattabile a tutte le discipline e tematiche formative.”
Per l’articolo completo ecco il link:

BRING YOUR OWN DEVICE. IL BYOD A SCUOLA.

 

Il 18-19-20 gennaio 2018 si è celebrato a Bologna il secondo compleanno del Piano Nazionale Scuola Digitale.  In tale occasione  sono stati  presentati i primi risultati dei gruppi di lavoro attivati dal MIUR sulla mappatura di metodologie didattiche innovative e sull’uso dei dispositivi personali mobili a scuola. In attesa di conoscere i risultati definitivi, è stato redatto e diffuso un decalogo di sintesi.

Diversi i pareri suscitati. Possiamo raggrupparli in tre atteggiamenti principali:

a) il decalogo è una guida utile  per le scuole,

b) il decalogo è inadeguato poiché non tiene conto del problema della dipendenza dei ragazzi dai cellulari, che oggi produce deprivazione sociale ed affettiva,

c) non è compito del MIUR ma delle scuole autonome definire tempi e modi dell’uso del BYOD in base alle singole differenziate realtà.

Ci sarà ancora da discutere!

Ma ecco i 10 punti in oggetto:

1 Ogni novità comporta cambiamenti. Ogni cambiamento deve servire per migliorare l’apprendimento e il benessere delle studentesse e degli studenti e più in generale dell’intera comunità scolastica.

2 I cambiamenti non vanno rifiutati, ma compresi e utilizzati per il raggiungimento dei propri scopi. Bisogna insegnare a usare bene e integrare nella didattica quotidiana i dispositivi, anche attraverso una loro regolamentazione. Proibire l’uso dei dispositivi a scuola non è la soluzione. A questo proposito ogni scuola adotta una Politica di Uso Accettabile (PUA) delle tecnologie digitali.

3 La scuola promuove le condizioni strutturali per l’uso delle tecnologie digitali. Fornisce, per quanto possibile, i necessari servizi e l’indispensabile connettività, favorendo un uso responsabile dei dispositivi personali (BYOD). Le tecnologie digitali sono uno dei modi per sostenere il rinnovamento della scuola.

4 La scuola accoglie e promuove lo sviluppo del digitale nella didattica. La presenza delle tecnologie digitali costituisce una sfida e un’opportunità per la didattica e per la cultura scolastica. Dirigenti e insegnanti attivi in questi campi sono il motore dell’innovazione. Occorre coinvolgere l’intera comunità scolastica anche attraverso la formazione e lo sviluppo professionale.

5 I dispositivi devono essere un mezzo, non un fine. È la didattica che guida l’uso competente e responsabile dei dispositivi. Non basta sviluppare le abilità tecniche, ma occorre sostenere lo sviluppo di una capacità critica e creativa.

6 L’uso dei dispositivi promuove l’autonomia delle studentesse e degli studenti. È in atto una graduale transizione verso situazioni di apprendimento che valorizzano lo spirito d’iniziativa e la responsabilità di studentesse e gli studenti. Bisogna sostenere un approccio consapevole al digitale nonché la capacità d’uso critico delle fonti di informazione, anche in vista di un apprendimento lungo tutto l’arco della vita.

7 Il digitale nella didattica è una scelta: sta ai docenti introdurla e condurla in classe. L’uso dei dispositivi in aula, siano essi analogici o digitali, è promosso dai docenti, nei modi e nei tempi che ritengono più opportuni.

8 Il digitale trasforma gli ambienti di apprendimento. Le possibilità di apprendere sono ampliate, sia per la frequentazione di ambienti digitali e condivisi, sia per l’accesso alle informazioni, e grazie alla connessione continua con la classe. Occorre regolamentare le modalità e i tempi dell’uso e del non uso, anche per imparare a riconoscere e a mantenere separate le dimensioni del privato e del pubblico.

9 Rafforzare la comunità scolastica e l’alleanza educativa con le famiglie. È necessario che l’alleanza educativa tra scuola e famiglia si estenda alle questioni relative all’uso dei dispositivi personali. Le tecnologie digitali devono essere funzionali a questa collaborazione. Lo scopo condiviso è promuovere la crescita di cittadini autonomi e responsabili.

10 Educare alla cittadinanza digitale è un dovere per la scuola. Formare i futuri cittadini della società della conoscenza significa educare alla partecipazione responsabile, all’uso critico delle tecnologie, alla consapevolezza e alla costruzione delle proprie competenze in un mondo sempre più connesso.

La creatività salverà il mondo!

Complex problem solving, critical thinking e creatività. Cosa sono degli sterili dati senza la capacità di interpretarli? E soprattutto se non ci attiviamo per realizzare iniziative concrete a seguito delle analisi dei dati.

Saremo sempre più chiamati a fare la differenza mettendo in atto le nostre capacità nell’ affrontare problemi complessi, in aree sempre più interconnesse e con materie trasversali.

Già da tempo la scuola ha il compito di stimolare  la capacità di adattamento e interpretazione di ambienti sempre più complessi e in evoluzione.

Ma per fare ciò bisogna partire dalle basi. Perché non c’è competenza senza conoscenza: vale anche per la creatività.

Ecco un interessante articolo del Sole 24ore sull’argomento.

http://www.ilsole24ore.com/art/management/2017-11-10/creativita-competenza-cui-non-potremo-piu-fare-meno-210523.shtml?uuid=AENDMu8C&refresh_ce=1

Classi virtuali: la piattaforma Fidenia

Interagire con i nostri studenti in modo virtuale attraverso le piattaforme e-learning sembra essere la moda del momento. Le esigenze di dematerializzazione, hanno una puntuale risposta nelle opportunità che queste piattaforme offrono. Condividere documenti, suggerire articoli di approfondimento, mettere a disposizione presentazioni e lezioni on line sono alcune delle possibilità a cui possiamo accedere attraverso la registrazione delle nostre classi. All’interno di questo blog, alla voce PIATTAFORME E-LEARNING potete trovare dei tutorial appositi. Ma mi sembra interessante proporre l’intervista che la rivista online NEXT LEARNING ha pubblicato lo scorso 13 giugno 2017 a Davide Tonioli, ideatore di Fidenia. Un giovane talentuoso, laureato in Filosofia, che ha messo  a disposizione della scuola sua energia e la sua creatività. Di fronte a colossi internazionali quali Edmodo e Google Classroom, Fidenia è una realtà tutta italiana. Un motivo in più per sceglierla.

http://nextlearning.it/2017/06/13/fidenia-portale-italiano-la-didattica-digitale/